mercoledì 24 agosto 2011

Contro la prepotenza del cocomero


Nei lontani e ridenti anni universitari, quando la musica principalmente significava per me Punk e New Wave, bisognava sorbirsi i sorrisetti di scherno e superbia dell'indieboy (di indiegirl sempre troppo poche...) di turno, che puntualmente tirava fuori un misterioso (per il sottoscritto) trio norvegese, il cui talento assoluto, l'induscutibile tecnica e la capacità di anticipare i tempi erano – a suo dire - la pietra di paragone per giudicare la qualità di un gruppo.
Considerando la mia istintiva repulsione per il prog, i gruppi troppo prolifici e l'inquietante ritratto che campeggia sulla copertina di let them eat cake, tale e quale al bastardo che anni dopo mi darà una pista in piscina, me ne ero sempre tenuto alla larga. Questo fino a quando in una trasferta nerdica, un mio amico mette su black hole/black canvas. Che non sarà considerato un capolavoro dai pitchforkiani più incalliti e che magari non anticipa un tubo nel suo incedere classicamente psichedelico e seventies, ma azzecca una canzone più bella dell'altra nell'arco di due dischi. Prendiamo questa no evil, pezzo di apertura: un riff che farebbe la gioia di Lester Bangs quando si becca al volante le sferzate dell'autoradio, una batteria pestona, un basso smargiasso e martellante, chorus sostenuto di tutti e tre i MotorPsycho. Che volete di più? Un bell'assolo acido acido? Tié, qua ce ne sono almeno due.

E a proposito di rimangiarsi il cappello, capitano a fagiuolo i Fucked Up di David Comes to Life. I presupposti per scadere nel ridicolo ce ne erano tutti. una stimata banda hardcore, fa uscire nel 2011:
  • Un concept album ispirato a un pezzo presente su un precedente lavoro, dando vita al primo esempio di continuity senza uomini in calzamaglia. Oltrettutto la vicenda raccontata è alquanto criptica, specie per la parsimonia con cui lesinano, nei testi, la punteggiatura
  • Tema portante del concept è l'amore, per gli altri e per se stessi (Love Story Meets the 36th Chamber)
  • La copertina rimarca quanto sopra, con due lampadine che incrociano le basi per formare un cuore.
  • Il disco è doppio e il minutaggio di qualche brano supera i quattro minuti, in un genere dove già 90 secondi sono troppi

Metto su il cd, già con le mani sulla pancia e sulla testa per le risate, quando attacca “Regina di cuori” (e tutti voi-maledetti- in coro “mi mandiuwwww diaaaaaaaaaaaaa fuoraaaaaaaaaaaaa”) e mi ritrovo a fare stage diving dal divano per la gioa del vicino del piano di sotto, sputando i ritornelli sul telecomando infilato in gola a mo di microfono. Alle ritmiche sparate a tremila, si innestano soluzioni shoegazerecce e deerhoofianee quando ad una certa compaiono financo delle voci angeliche. Ibridare un genere così rigidamente codificato come l'HC è sempre un rischio, potendo facilmente scadere nella pacchianeria più becera. I Fucked Up, coniungando eleganza e potenza maschia fanno uscire uno dei migliori album della categoria dell'ultimo lustro.
Dopo la sudata di cui sopra, si riprende il fiato con una birretta scolata nell'ora più felice del giorno in compagnia degli Housemartins, Smiths di buon umore alle prese con il Northern Soul, e della lora Happy Hour, in tutto il suo mood gagliardo e frizzantino.
Primo combo italiano ad apparire nella playlist più amata dal web. Partono da Sassuolo per approdare su RadioCarlonia, i Julie's Haircut e di strada ne hanno fatto parecchia da quando mandavano a memoria i dischi dei Pavement. L'ultimo “Our Secret Ceremony” è stato una sorpresa, nel suo abbracciare sonorità Kraut. Aperta da un delicato arpeggio, la possessione demoniaca della modella più chiaccherata ed anoressica dai tempi di Twiggy, parte con un nerboruto e metronomico blitzkrieg su cui le chitarre svolazzano gioiosamente come un Donald Cammell sull'altalena, mentre un filo di voce striscia languido ed esiziale.
Sovente chi parla male degli anni ottanta, ha una conoscenza vaga e superficiale di quell'aureo periodo culturale. Prendiamo Alan Moore, ad esempio. Oggi si barcamena tra spoken works che non tocco neanche con le pinze, romanzi sinceramente noiosetti e fumetti che non sono nemmeno l'ombra dei capolavori scritti nei decenni precedenti. E David J? Tira avanti tra reunion, dischi e progetti un po' così. Ma nei mai troppo osannati eighties le cose erano diverse: il primo sulle pagine della rivista Warrior dava vita ad opere imperiture come Marvelman e soprattutto V For Vendetta (dimenticate il film). Il secondo scriveva tosto singoli come Bela Lugosi's Dead tra una comparsata su un set cinematografico e una capatina al Bat Cave. Quando i due uniscono le forze, accade l'ep The March of Sinister Ducks. La cui title-track deve servire da monito a tutte le fronde animalisti nervosetti che si scagliano contro la ghiotteneria del Foie gras. A quale difesa ha diritto il pennuto di innaturale e diabolica bianchezza, che fuma sigari, legge pornografia e viscido si insidia nei letti delle nostre compagne? Questo sbraita con voce cavernosa Sir Moore, mentre il signor J orchestra un sinistro cabaret e dirige un coro di anatre e Kevin O'Neill confenziona il sobrio e maligno artwork.
I Tortoise sono stati stati post quando ancora eravamo nel lontano pre. Dispiace quindi vederli alle prese con un'opera debole come Beacons of Ancestorship, dove si ha l'impressione di ascoltare amici che si ritrovano per caso in studio dopo lungo tempo e che si mettono a suonare qualcosa, fermandosi dopo due e tre note, per scambiarsi sorrisi imbarazzati e lanciare occhiate furtive all'orologio, non vedendo l'ora di andarsene per i fatti propri il prima possibile. Capita però una reminiscenza dell'antico talento, nel brano leonianamente chiamato Prepare Your Coffin. Più che in Almeria qui siamo dalle parti di una Courmayeur immortalata dalla fotografia di un telefilm dei settanta trasmesso su una rete locale, mentre i vip dell'epoca, eleganti divinità mondane e non i beceri cafoni di oggi, si alternano sorpresi di fronte alle telecamere. Sul finale si va a pranzo tutti insieme, scendendo una pista che arriva dritta dritta al ristorante dall'altra parte dell'universo.
Il deserto è da sempre luogo di ispirazione, dai Thin White Rope ai QOTSA, passando per i Mercury Rev. Sovente scatena le pulsioni più oscure,
crepuscolari e distruttive. Nei Giant Sand, deserto significa soprattutto libertà infinita e capacità di ergersi al di sopra del malessere quotidiano. Così nell'intimista Shiver, con Coventino che accarezza le pelli e Howe Gelb, che strimpellando di treni lontani e di cose che risplendono nell'acqua, dispensa notturna e polverosa tranquillità.
Ci aveva convinto Yann Tiersen l'anno scorso a Villa Ada con una performance antipomiciona in aperto contrasto con i fan di Amelie Fascist. E non ha deluso quest'anno, presentando il riuscito Dust Lane di cui è tratta questa Ashes.L'incipit malinconico e meditabonado esplode in tutta la grandeur francese, mentre la bastiglia cade un attimo prima che incominci a cantare sulle rovine fumanti del bastione dell'ultimo degli oppressori.
Sul palco del parco Romano, il compositore dall'esagono è stato introdotto dalle note di HalloGallo e si è presentato alla ribalta con la classica maglietta bianca con la scritta rosa fluorescente dei Neu! Offrendoci così l'occasione per parlare di Neu'86 o Neu 4, ufficialmente stampato solo l'anno scorso, dopo aver circolato per più di vent'anni come bootleg. Dinger e Rother si incontrano in sala dopo un decennio da quel meraviglioso '75, e la realtà deve apparir loro sconfortante. Il post-punk, che tanto deve al duo di Dusseldorf, è agli sgoccioli e la musica ggiovane, in mano a gente come pupa George (copiright@Governator) e cotonata combriccola, è ridotta a cianfrusaglia sintetica e plasticosa. I Neu! prendono questa materia vile e mainstream e la trasformano, applicando tutta la loro alchemia, nell'arte nobile di Wave Mother, waltzerino stellare che rimane uno dei migliori omaggi di sempre ai colleghi/rivali della centrale elettrica. Ah e comunque quel riffettino semplice semplice che si arrampica intorno al minuto 2.58' costituisce la prova che le chitarre, anche nei momenti più bui, non scompariranno mai.
Mentre su disco i Mogwai si limitano ormai a fare il loro mestiere, producendo opere mai meno che dignitose, ma che ultimamente latitano di soprese, in concerto continuano ad essere efficaci ed indistruttibili. Eppure, delle diverse volte che gli ho visti dal vivo, mai-MAI!- hanno eseguito in mia nobile presenza Glasgow MegaSnake, nonostante le urla belluine che hanno messo a dura prova le mie coronarie e malgrado l'abbiano collocato a chiusura del loro granitico live Special moves, a dimostrazione dell'indubbia efficacia del brano in questione di dire goodbye-seeyou. E per ripicca quindi che la infilo prima dei titoli di coda. I Gore folgorati dalla melodia a spasso per una creazione di Frank Lloyd Wright armati di martello, mentre Gamera sfascia le finestre a pallonate.
Goodbye-seeyou.

Charlie “Aguirre” Scarpino


Compilatio_9 Disponibile qui: scarica compilatio

Traccia (Gruppo; Album)

01.No Evil (Motorpsycho;Black hole_Black Canvas).mp3
02.Queen Of Hearts(Fucked Up; David comes to life).mp3
03.Happy Hour(The Housemartins; London0 Hull 4).m4a
04.The Devil in Kate Moss (Julie's haircut; Our secret ceremony).mp3
05.March of the Sinister Ducks (Sinister Ducks; The March of the sinister ducks) .mp3
06.Prepare Your Coffin (Tortoise; Beacons of Ancestorship).mp3
07.Till The End (Yann Tiersen; Dust Lane).mp3
08.Shiver (Giant Sands; chore of enchantment).mp3
09.Wave Mother(Neu; Neu 86).mp3
10.Glasgow Mega-Snake(Mogwai;Mr Beast).mp3